La Bonifica in epoca Papale
- Leone X (Giovanni De Medici) nel 1515 commissionò al fratello
Giuliano De Medici, allora comandante delle milizie pontifice, la costruzione di un canale
che eliminasse gli acquitrini nei pressi del litorale di Terracina.
Sembra che il genio di Leonardo Da Vinci non fosse totalmente estraneo all'impresa
come testimonia una carta conservata presso la collezione Windsor nella quale sono
evidenziate due vie d'acqua: il Rio Martino e il Portatore o Canale Giuliano.
- Sisto V( 1585-1590) intraprese l'opera di redenzione delle terre
pontine affidandola all'architetto Ascani Fenizi che avrebbe provveduto a proprie spese.
Questi si avvalse del fiume Antico, ora fiume Sisto, per convogliare a mare presso
Badino le acque stagnanti nei terreni di Sezze e Priverno.
In poco tempo furono sottratte alla palude molte terre.
Tornato a Sezze per verificare lo stato dei lavori, Papa Sisto seduto su un sasso ammirò le
terre riemergenti.
Da quel momento quel sasso fu ribattezzato come la Sedia del Papa o La Pietra di Sisto.
A causa del disinteresse dei successori le zone parzialmente bonificate ritornarono allo
stato paludoso.
- Possiamo ben dire che tale papa si distinse per la sua lungimiranza e managerialità nella
gestione dell'impresa di bonifica. Legato a queste terre da un precedente soggiorno come
segretario del Cardinale Ruffo, legato Pontificio delle diocesi di Velletri e Ostia, nel
1775 Giancarlo Braschi salì al soglio pontificio come papa Pio VI.
All'epoca il territorio pontificio che si estendeva da Cesena fino a Terracina presentava
caratteri di continuità essendo connotato dalla presenza di vaste aree paludose per le quali
molto era stato già fatto nelle Romagne ed a Bologna.
Appena eletto papa ricevette l'offerta di due compagnie una dei Lombardi e l'altra dei Francesi
che si offrirono di portare a compimento il prosciugamento delle paludi.
Pio Vi con insospettabile celerità convocò una riunione alla quale parteciparono personaggi di
eccezionale caratura.
Tra di essi ricordiamo il Tesoriere Generale Monsignor Pallotta, che si sarebbe dovuto preoccupare
del reperimento dei fondi per la realizzazione dell'opera, Monsignor Bolognini,
autore di un pregevole studio sulle pianure pontine, ed il computista generale della camera
apostolica.
Da un punto di vista tecnico il papa si affidò alla scelta del Legato di Bologna Cardinal
Boncompagni che inviò a Roma Gaetano Rappini Ingegnere idraulico Bolognese.
L'Ing.
Rappini nel frattempo al fine di risolvere il problema dello sgrondo delle acque iniziò
il livellamento del Rio Martino, un antico cavo di epoca Volsca, da utilizzare come
collettore principale dell'intero Comprensorio.
Mentre si adopera nelle suddette misurazioni gli pervenne una lettera di papa Pio VI che
gli suggerisce di sostituire al
Rio martino come collettore generale, un canale di nuova
costituzione che corresse parallelamente alla via Appia.
Nel
1777 ebbero inizio i lavori con la preliminare demolizione delle peschiere di Caposelce.
Le vicende politiche che coinvolsero lo
Stato Pontificio verso la fine del secolo provocarono
la cessazione delle opere di bonifica.
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